Uscendo dalla pandemia

Stefano Gnasso è docente di Sociologia dei Consumi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma soprattutto partecipa da anni con la sua famiglia alla vita della comunità parrocchiale di San Luca, animatrice di questo blog.

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro.

Stefano, abbiamo avuto notizia di un tuo libro fresco di stampa, con un titolo che incuriosisce. Di cosa si tratta?

Il libro si intitola Pandexit. Cambiamento della società e nuovi stili di comunicazione ed è edito da «Il Sole 24 Ore» (è disponibile sia in edicola sia in libreria). Il libro si propone di descrivere l’evoluzione delle dinamiche sociali di questi ultimi anni segnati dalla pandemia e il relativo ruolo della comunicazione aziendale e politica. Inoltre, cosa che credo possa interessare gli utenti di questo blog, oltre all’indicazione dei cambiamenti avvenuti, cerca di mostrare la direzione che si dovrà seguire nel prossimo futuro.

Nella sua prefazione Antonio Spadaro s.j., citando il Papa, dice infatti che proprio questo tempo segnato dalla crisi legata alla pandemia da Covid-19 è un «tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci».

Che cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Credo che abbiamo bisogno di un «realismo» che rompa «schemi, modalità e strutture fisse o caduche» e ci apra a immaginare un mondo diverso.

È chiaro che c’è un enorme bisogno di capire che cosa ci sta accadendo, di dare una lettura umana e spirituale di quel che viviamo. La pandemia ha smascherato la nostra vulnerabilità e le false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.

Sembra (speriamo!) che la crisi pandemica stia perdendo forza. Come affrontare questa nuova transizione?

Non siamo chiamati a «ripartire», per tornare alla normalità di un’età dell’oro che in realtà non era tale, ma a «ricominciare». Le narrative della ripartenza sono dannose, perché tendono naturalmente a ripristinare equilibri che invece devono cambiare. Serve un nuovo inizio.

Col Covid-19 ci siamo visti proiettati in uno spazio speculare che si è improvvisamente aperto davanti a noi. Abbiamo visto la nostra immagine invertita, ma, al contempo, connessa a tutto lo spazio che la circonda: le megalopoli deserte, il traffico azzerato, le città come appendici di campi vuoti.

L’effetto è stato quello dello spinner, la rotellina che gira sui nostri monitor quando ci sono rallentamenti nei programmi o nelle connessioni del computer. Noi non tolleriamo la lentezza, l’attesa, e così normalmente abbandoniamo il programma bloccato o la connessione rallentata. Adesso invece lo spinner causato dal virus è prolungato, e lo stato di sospensione ha toccato la vita sociale, il senso dei rapporti, il culto e il commercio, il valore della presenza. Per questo l’infezione ci ha fatto provare il senso dell’apocalisse. Ed è emersa, a causa dello shock, l’incapacità di immaginare un futuro.

Infatti si ricomincia a parlare di ripresa, di futuro del Paese, addirittura di rinascita nazionale, ma con un retrogusto di paura e rassegnazione. È forte la coscienza di star vivendo un momento di «cambiamento definitivo», che, dopo aver mutato la routine quotidiana, muterà anche l’assetto sociale del nostro Paese, essendo stato rielaborato il potere simbolico che consentiva un precario, faticoso, equilibrio sociale. La direzione di questo andamento è però vaga, incerte sono le prospettive personali e comunitarie.

La pandemia ha indebolito, insomma, certezze e speranze personali e collettive. Torneremo a quelle certezze?

Il presente rimane un tempo denso di prescrizioni e il futuro mantiene una connotazione preoccupante. Ancora ci si interroga su quale sarà la reale portata, adistanza di due anni dall’inizio, dell’evento pandemico rispetto al nostro divenire sociale.

Le nostre certezze positive sul Progresso come motore virtuoso dell’evoluzione sociale sono state messe in discussione dalle fragilità emerse improvvisamente, e con forza, a livello sistemico. L’odierna inquietudine pretende ben altri progetti, per l’individuo e la società, che non la mera promessa di felicità insita nel fatto di essere ben inseriti nel consumo. Siamo infatti in presenza dell’ormai diffusa impressione che il sistema non sia più in grado di garantire quella specie di «cittadinanza» che va promettendo da decenni; una condizione basata su pari diritti e opportunità di autorealizzazione personale, la cui inclusione (teoricamente aperta a tutti gli individui) viene barattata in cambio della disponibilità a immergersi nel flusso e nelle dinamiche del consumo.

Come ricostruire, dunque, una normalità post pandemia?

È avvenuta una de-costruzione e, se il racconto del crollo è quasi liberatorio, il mito distruttivo è durato troppo a lungo ed ora è necessario approcciare i problemi di tenuta sociale tramite la proposta di racconti che ci diano uno stimolo per affrontare il futuro. In altre parole, gli individui necessitano di ridefinire se stessi e la propria normalità, nella consapevolezza che ne possa arrivare solamente una «nuova», ottenibile solamente grazie alla fruizione di narrazioni dotate di un senso profondo e concreto.

Il mito distruttivo della pandemia è durato fin troppo e ha lasciato un desiderio di cambiamento non soddisfatto e una percezione di inadeguatezza relativa alle vecchie ritualità. Non possiamo affrontare il futuro senza convinzione di sé, senza una funzionale identità collettiva.

Oppressi da un forte senso di stasi, certamente desideriamo vivere esperienze vere, riti trasformativi, percorsi esistenziali che ci arricchiscano e ci cambino in profondità. Ma questo non può avvenire senza appoggiarsi a racconti collettivi, percepiti come autentici. Per questo ci si deve allontanare, oggi più che mai, da atteggiamenti egoistici.

Grazie, Stefano! abbiamo senz’altro bisogno di riflessioni serie e dinamiche su questi temi che ci coinvolgono tutti, anche perché al possibile tramontare di una crisi se ne affaccia già un’altra di segno diverso… Insomma: leggiamo, riflettiamo, confrontiamoci. E magari presto ci troveremo a discuterne dal vivo sotto il segno del Filo!

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