Qualcosa che ci viene incontro

Da quanto tempo non frequento la montagna! Negli ultimi anni l’ho grandemente trascurata per diversi motivi e con dispiacere, ma un filo rosso di ricordi e bellezza mi tiene sempre legata a sé. Fin da quando, da bambina, uno dei miei zii ci guidava tutte le estati in escursioni nella ‘sua’ val Trompia.
Per questo motivo l’incontro del 1° maggio con Franco Michieli ha per me un forte richiamo affettivo.

Per uno avvezzo alla montagna, Franco mi pare si trovi a suo agio anche davanti al nostro pubblico. Ha una vita da narrare, senza protagonismo, con passione.

Partiamo in questo viaggio con lui dagli anni Ottanta per giungere a tempi più recenti. Ecco allora comparirci davanti un giovanissimo Franco appena diplomato che inizia la sua avventura. Guarda caso, l’evento coincide con l’età in cui si apre anche l’avventura della vita: la maturità, le scoperte, i progetti per il futuro…

Il racconto della sua traversata delle Alpi da Ventimiglia fino a Trieste lo trovo disseminato di parole, che sono quasi come appigli cui ci si aggrappi durante il percorso per non cadere; sono le sue certezze e le esperienze che ha maturato.

Allora provo a salire anche io in quota, percorro il mio cammino nelle sue tracce aiutandomi con questi appoggi, così come in passato mi sono lasciata condurre in montagna prima dallo zio e poi da altri amici più esperti.
E il cammino di Franco diventa il mio cammino.

Franco con Riccardo e Pietro al tavolo dei relatori

Costellato di appigli

  • La provvidenza. Il primo appiglio è la sorpresa di un richiamo letterario. Freschi di studi e di maturità, Franco e i suoi amici partono con questa domanda: la natura è indifferente come in Leopardi oppure è provvidenziale come la descrive Manzoni? E per capirlo mettono alla prova la natura stessa. «Stiamoci, restiamo in contatto con ‘lei’» rilancia Franco: vuole entrare nelle Alpi non per «curiosare un po’», ma per viverle.
    E poi via dentro l’avventura, in un cammino spoglio di ogni comodità e a contatto con la realtà.
  • Poco dopo ecco un altro appiglio: il silenzio. La natura parla, sempre. Comunica anche con il silenzio, perché lì in quota c’è un mondo silenzioso, nel freddo della notte, sul ghiacciaio, nel temporale, su per i sentieri, per i vasti prati. Anche la notte della montagna parla. Noi dobbiamo imparare a leggerne i segni. Questo silenzio dice di qualcosa d’altro, il senso del mistero: noi ci siamo.
  • La coralità. Cos’è per Franco la coralità, appiglio che ricorre così frequente nel suo racconto? È il fatto che noi non siamo soli, anzi, nemmeno siamo capaci di fare le cose da soli, e non è per bravura nostra che siamo qui. Franco stesso, lungi dall’essere il ragazzo solitario impegnato in una eroica impresa, è in compagnia di amici che percorrono insieme a lui tutto l’arco alpino, dandosi il cambio e passandosi come testimone i sassolini raccolti nel mare di Ventimiglia e portati con sé fino alla meta. È insieme alla realtà in cui si muove, vivendo con quel silenzio, con quel vento e quel gelo.
    Giunto alla meta si renderà conto di essere più piccolo di quando è partito perché il buon esito di quel viaggio non è dipeso solo da lui ma «è il frutto corale della montagna». Le cose sono molto più grandi di noi e sono insieme a noi.  
Il nostro pubblico
  • L’attesa. In viaggio si impara anche ad attendere. In alta montagna sotto la tempesta c’è poco da fare: a quei ragazzi non resta che pregare e attendere. Saper aspettare il momento migliore, l’attimo propizio. Perché prima o poi una via si apre a chi sa attendere.
  • Dal superfluo al necessario. Lasciato il giovane e avventuroso ragazzo neodiplomato, il racconto della vita si srotola in numerose altre tappe. Man mano che acquista esperienza Franco osa rischiare di più, pur senza mai improvvisare. Progressivamente toglie dal suo bagaglio di viaggio ciò che non gli è necessario; inizialmente è partito senza fornelli né tenda (dorme nel sacco a pelo all’aperto), senza bussola, né GPS, né altra strumentazione, ma poi si libera anche di altri semplici punti di riferimento come le mappe.
    È un altro appiglio in questa scalata.
    Il percorso della vita ha bisogno di lasciar via il superfluo e di scoprire qual è l’unicum necessarium. «Noi viaggiamo con mappe mentali» ci rivela Franco. Come a dire che ciò che ci serve lo teniamo nella mente e nel cuore, e non si scorda. Per questo possiamo orientarci nel rapporto con la natura e con il cuore pieno.
  • L’incontro. Come si fa a portare a termine l’impresa in queste condizioni? Il punto è che non siamo noi a trovare la via ma è la via a trovare noi – ci propone Franco come ulteriore importante aggancio. Cioè non scopriamo le cose perché ne siamo capaci, ma impariamo da ciò che ci viene incontro.
    Attendiamo, fondamentalmente, che qualcosa ci venga incontro.
    E questo, credo, è molto più di un mero sostegno: è un caposaldo.
Ghiacciai alpini
  • La fiducia. In balìa della natura si procede nella fiducia di una via che viene incontro.
    Ma per procedere con fiducia bisogna aver trovato in chi riporla, e così non si resta delusi. Un attacco fondamentale!
  • Il servizio. Negli anni successivi, proseguendo la sua avventura attorno al mondo, Franco tocca anche il Mato Grosso (*). Lì si mette al servizio di quel popolo poverissimo e dalla vita dura dedicandosi a preparare i ragazzi come guide andine, perché possano avere uno sbocco lavorativo. Anche in questo caso vivendoci dentro, insieme.
    Mi pare proprio un coronamento: la via si è aperta, l’incontro è fiorito nel servizio al bene dell’altro.


Il percorso di Franco – anzi il mio percorso con Franco da semplice escursione è diventato un cammino intenso fino a percepire che le cose belle ci vengono dalle relazioni concrete; che è necessario ascoltare il silenzio e attendere; che la creazione riaccade sempre come appena avvenuta: tutto è nuovo agli occhi di una persona, ragazzo o adulto, che desidera scoprire. E attende che qualcosa gli venga incontro.

Franco ha fatto suoi tutti quegli appigli, anzi ha piantato questi punti fermi su ogni sentiero.

Al termine del rinfresco che si tiene dopo l’incontro, mi faccio avanti per chiedergli di dedicare uno dei suoi libri al mio amico Domenico con cui ho affrontato numerose salite, sia semplici che impegnative (talvolta per me anche un po’ audaci).
Io nella fiducia che lui, grande appassionato di montagna, avrebbe saputo guidarmi; lui con la certezza che io non avrei mollato…

La cordigliera delle Ande

Mentre Franco mi firma il suo libro, penso che vorrei dedicarlo idealmente anche allo zio Luciano, per avermi iniziato alla montagna da bambina, a e tutti coloro che hanno il fascino dell’avventura scolpito dentro.


Il nostro ciclo di «Incontri intorno al ca(m)mino» continua con i prossimi due appuntamenti:

venerdì 27 maggio ore 21: incontro con Marika Ciaccia e il suo libro La felicità ai miei piedi
venerdì 10 giugno ore 21: incontro con Roberta Russo e il suo libro L’arte di camminare

a cui invitiamo a partecipare non soltanto gli appassionati di montagna, ma tutti quelli che la vogliono scoprire come luogo di crescita e di educazione.


(*) L’Operazione Mato Grosso è un movimento di volontariato di ispirazione cattolica, che svolge un insieme di attività in America Latina e altrove, volte ad educare e a favorire i più poveri.

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