Largo al borghese della città (lallarallà)

Il barbiere di Siviglia, primo libro della trilogia di Figaro, venne pubblicato da Beaumarchais nel 1775. Rossini (ventiquattrenne) compose l’opera nel 1816, ben dopo la Rivoluzione Francese, per il Teatro Argentina di Roma. Il soggetto, forse grazie al finale ‘edificante’, non era considerato insidioso dalle censure (ben altra attenzione sarà riservata al sequel: Le nozze di Figaro).

Siviglia, una strada della città, un balcone. All’alba, un nobile inseguitore di gonnelle (ovviamente tenore) fa una serenata alla bella di turno: scena che più classica (per l’epoca) non si può. Ma accade l’impossibile: i musicisti ingaggiati fanno chiasso per essere pagati, e se ne vanno solo dopo aver ottenuto il compenso. Il Conte Almaviva, tramite il suo cameriere, deve pagare la «gente indiscreta».

Fa appena in tempo a calare il silenzio, che un nuovo personaggio s’avanza per la città, e lo fa cantando. Al Conte non rimane che andarsi a nascondere: «Chi è mai quest’importuno? Lasciamolo passare… sotto quegli archi non visto, vedrò quanto bisogna», e lasciare la scena a Figaro.

La «Cavatina di Figaro», o «Largo al factotum», è forse l’entrata in scena più celebre della tradizione operistica italiana. Ma nel 1775 (e, nella Roma papalina, anche nel 1816) questo era un manifesto politico paragonabile al Quarto Stato.

Largo al factotum della città, largo
Presto a bottega che l’alba è già, presto!
Ah, che bel vivere, che bel piacere,
per un barbiere di qualità, di qualità!

Oh, bravo Figaro!
Bravo, bravissimo! Bravo!
Fortunatissimo per verità! Bravo!
Fortunatissimo per verità,
fortunatissimo per verità!

Pronto a far tutto,
la notte e il giorno
sempre d’intorno in giro sta.
Miglior cuccagna per un barbiere,
vita più nobile, no, non si dà.

Figaro è un uomo che si alza all’alba per andare a lavorare, per andare nella sua bottega, pronto a far tutto la notte e il giorno, e ne è felice: lo considera una cuccagna, una vita nobile (al confronto con l’ozio dell’aristocratico). È orgoglioso della sua bravura nel fare il suo lavoro, in un mondo abituato ad associare alla parola nobiltà il concetto di rendita. Figaro porta sulla scena i valori borghesi, che non sono aristocratici ma nemmeno popolani. Nel secondo atto affermerà sdegnato di non essere «un barbiere da contadini».

Rasori e pettini
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
Rasori e pettini
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.

V’è la risorsa,
poi, del mestiere
colla donnetta…
col cavaliere…
oh che bel vivere..
che bel piacere! che bel piacere!
per un barbiere di qualità! di qualità!

Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono,
donne, ragazzi, vecchi, fanciulle:
Qua la parrucca… Presto la barba…
Qua la sanguigna… Presto il biglietto…
tutti mi chiedono, tutti mi vogliono!
Qua la parrucca, presto la barba,
Presto il biglietto, ehi!
Figaro! Figaro! Figaro!, ecc.
Ahimè, Ahimè, che furia!
Ahimè, che folla!
Uno alla volta, per carità! per carità! per carità!

E oltre che barbiere è anche sensale di matrimoni (con la donnetta… col cavaliere…), ed è un bel vivere, un bel piacere. È il factotum della città.

Ah, bravo Figaro!
Bravo, bravissimo;
a te fortuna non
mancherà.

Chiaramente, a un personaggio del genere non può mancare l’ottimismo: «fortuna non mancherà».

L’interpretazione deve rendere, oltre alla musica impareggiabile, la baldanza del personaggio.

Il Conte e Figaro già si conoscono, Figaro era stato a servizio del conte, ma poi si era messo in proprio (inaudito!). Tuttavia, in cambio di adeguato compenso, il barbiere è disposto ad aiutare il vecchio padrone: ma solo dopo una contrattazione tra pari. E davanti a un congruo compenso, ovviamente, il factotum della città è immediatamente pronto.

Son pronto. Ah, non sapete
i simpatici effetti prodigiosi
che, ad appagare il mio signor Lindoro,
produce in me la dolce idea dell’oro.

All’idea di quel metallo
portentoso, onnipossente,
un vulcano la mia mente
incomincia a diventar.

Raggiunto l’accordo, Figaro è immediatamente pronto a consegnare la sua parte: un solido canovaccio plautino fatto di inganni, travestimenti, astuzie ed equivoci che consentano al Conte, sotto diversi travestimenti, di eludere la sorveglianza del tutore di Rosina.

Prima di passare all’azione, c’è giusto il tempo per descrivere un altro aspetto tipicamente borghese di Figaro: è un artigiano, non un servitore, quindi ha la sua bottega. Quando il conte gli chiede dove si trovi, il barbiere è prontissimo a sfoderare uno spot che sembra uscito dalla televisione di un secolo e mezzo dopo. Costruito su una sola nota ripetuta ossessivamente, con uno scioglilingua ubriacante.

La bottega? … Non si sbaglia;
guardi bene; eccola là.
Numero quindici a mano manca,
quattro gradini, facciata bianca,
cinque parrucche nella vetrina,
sopra un cartello «Pomata fina»,
mostra in azzurro alla moderna,
v’è per insegna una lanterna…
Là senza fallo mi troverà.

Mentre il Conte si perde a immaginare la conquista della sua bella, Figaro molto più concretamente pensa ai guadagni. Ferocemente, il librettista evidenzia le differenti scale di… valori nel duetto: chi si sente esaltato dall’amore e chi dal denaro.

CONTE
Ah, che d’amore
la fiamma io sento,
nunzia di giubilo
e di contento!
D’ardore insolito
quest’alma accende,
e di me stesso
maggior mi fa.

Ah, che d’amore
la fiamma sento!
Ecco propizia
die in sen mi scende;

FIGARO
Delle monete
il suon già sento!
Già viene l’oro,
viene l’argento;
eccolo, eccolo,
die in tasca scende;
delle monete
il suon già sento!
D’ardore insolito
quest’alma accende,
e di me stesso
maggior mi fa.

L’intera scena è da ammirare:

Ovviamente finirà benissimo, la bella Rosina si innamorerà dello studente Lindoro per poi scoprire che è un Conte, il tutore della fanciulla (Don Bartolo, un azzeccagarbugli vecchio e grottesco) sarà gabbato al termine di una girandola di travestimenti, imbrogli e sotterfugi. Alla fine il Conte la vince, nonostante l’arrivo dell’uomo nuovo: i censori si saranno forse tranquillizzati per questo.

Per chi volesse, la registrazione dell’intera opera, effettuata al Teatro Regio di Torino nel 2005, è disponibile qui:

Curiosità: al minuto 24:25, durante gli applausi a scena aperta che seguono la Cavatina, il pubblico inizia a chiedere il bis. Si vede chiaramente Figaro alzare lo sguardo verso l’alto (la zona popolata dai melomani irriducibili).

La Cavatina è un brano celeberrimo, tecnicamente difficile e fisicamente faticoso, collocato per di più a inizio opera, quando ancora a Figaro rimane moltissimo da cantare. Ripeterla dopo averla cantata molto bene una volta (altrimenti non chiedono il bis), è un atto temerario.

Ma sul palco c’è l’immenso Leo Nucci: lui guarda il direttore, e dice: «La rifacciamo».

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