La grande sete

Il mottetto Sicut cervus di Giovanni Pierluigi da Palestrina mi è molto familiare, i miei amici del coro a Bergamo lo cantano da sempre. È però legato anche a un fatto che ha determinato la mia preferenza assoluta per questo pezzo.

Estate al lago all’inizio degli anni Duemila. A metà della vacanza ci troviamo a tornare in fretta in città per il funerale di un’amica che si è tolta la vita. Questo fatto ci lascia sgomenti e con un grande «perché», una terribile domanda.

Durante la messa il coro esegue Sicut cervus. Non lo immaginavo adatto a un funerale, ma ascoltarlo mi lascia, da quel momento in poi, un segno indelebile.

Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus.
Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio (dal Salmo 42)

Prima di allora non avevo mai guardato così densamente, teneramente e in modo così accorato a una persona e alla sua angoscia. Sentire questo pezzo in questa precisa circostanza, nello sgomento, mi rimette prima di tutto in pace.

Nei giorni successivi scopriamo che questa ragazza fin da giovanissima scriveva pagine meravigliose, molto mature e profonde, di grande desiderio e fede.
È evidente per me che il mottetto esprime tutto il suo cuore da sempre assetato.


Lo riascolto ora: i versi si susseguono in imitazione, uno riprendendo l’altro sia nella musica che nelle parole, senza soluzione di continuità. Accavallandosi, ma non con agitazione, piuttosto in una tensione ininterrotta. Come la vita stessa è una tensione infinita.

E mi pare di vedere non uno solo, ma decine e decine e centinaia di cervi, un branco intero che corre nella ricerca ansiosa all’acqua. Così è l’anima: mai in pace, mai quieta, sempre alla ricerca. Sempre tempestata da mille aspirazioni inappagate, lasciate a metà.

Giovanni Pierluigi da Palestrina, Sicut cervus, Choir of New College, Oxford, 2017 (*)

E così è stata anche l’anima assetata di Cristina, di cui questo mottetto rappresenta tutta intera la sete insaziabile, il desiderio che non si spegne, fino alla fine.

Ma non è la sete di un generico ‘qualcosa’: «Ita desiderat anima mea ad te, Deus».

A quale fonte?

Ora, proprio oggi, è la settimana della grande sete, come evoca anche una lauda polifonica rinascimentale, Anime affaticate e sitibonde,(**) e come l’ha sofferta anche Gesù sulla croce.

Di cosa hanno sete l’uomo e il suo cuore? Qual è l’acqua che cercano veramente?

Per questo, sempre, quando riascolto questo mottetto, ho in mente Cristina. E quando lo canto nel coro, questo «desiderat anima mea» mi viene la tentazione di gridarlo con tutta la potenza della mia voce.
Ma ho capito che non è necessario gridare. La musica stessa, l’ascendere della melodia, porta ad un culmine naturale. E il grido è ‘dentro’: desiderat anima mea ad te, Deus.

«Anima» e «Deus»: quando, dopo centinaia di ascolti, penso di sapere già tutto, sento che queste due parole la melodia dei Soprani le canta alla stessa ‘altezza’, cioè con la stessa nota. Anche la partitura me lo conferma:

Forse questo suggerisce che anche noi, nella nostra piccolezza, vorremmo arrivarci, a quella altezza. Com’è impressionante rendersene conto!

L’uomo trova la sua fonte qui: trova, in questa Settimana degli assetati, la pace dei salvati. Qui dove la sete eterna incontra la Fonte che eternamente, in ogni istante, la disseta.


(*) Giovanni Pierluigi da Palestrina, Sicut cervus, 1584. Testo integrale del mottetto interpretato dal coro:

Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum: ita desiderat anima mea ad te, Deus!
Sitivit anima mea ad Deum vivum: quando veniam, et apparebo ante faciem Dei mei?

Fuerunt mihi lachrimae meae panes die ac nocte, dum dicitur mihi per singulos dies: Ubi est Deus tuus?
Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?
Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: Dov’è il tuo Dio?

(**) Giovanni Animuccia, Anime affaticate, 1583

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