Il Conte colpisce ancora (o almeno, ci prova): ius primae noctis e rivoluzione nelle “Nozze di Figaro”

“Questa commedia non si rappresenterà. Perché la sua approvazione sulla scena non fosse una pericolosa incoerenza, bisognerebbe distruggere la Bastiglia”. Queste parole furono pronunciate da Luigi XVI, al termine di una lettura privata del manoscritto di Beaumarchais, nel 1778.

La pièce fu effettivamente proibita; ma Beaumarchais era una celebrità, e Luigi XVI non era il Re Sole: venne comunque stampata clandestinamente, e pure rappresentata (con ampio successo) nel 1784. Una copia del testo finì in mano a Mozart, ma la commedia era censurata anche a Vienna. Lorenzo da Ponte, poeta di corte, librettista sopraffino e astutissimo, con un paio di tagli alle scene più indigeste la rese “fattibile”.

Le Nozze di Figaro, o la folle giornata è il seguito del fortunatissimo Barbiere di Siviglia. Tuttavia, mentre nel primo episodio la borghesia nascente (Figaro) aiutava l’aristocrazia (il Conte), ora i due si trovano in contrasto.

Tre anni dopo gli avvenimenti del Barbiere, Figaro è stato preso a servizio dal Conte, e sta per sposarsi. Ma siccome il Conte ama le donne, pretende lo ius primae noctis sulla sposa, Susanna (“per otterner da me certe mezz’ore… che il diritto feudal…”). Figaro, ovviamente, non è d’accordo; e, qui sta il punto, decide di opporsi.

Leggenda vuole che Mozart abbia composto l’opera in sole sei settimane, nel 1786. È l’unica, tra le opere mozartiane, in cui i personaggi non hanno un “dominus”: non c’è un Commendatore, un Don Alfonso, una figura paterna. L’anno successivo verrà a mancare il padre di Mozart, e l’evento lo destabilizzerà completamente. La prima esecuzione fu un successo clamoroso. Dopo la terza replica, la polizia imperiale dovette ordinare di limitare le richieste di bis, per non far terminare le rappresentazioni a tarda notte. Moltissimi brani rimangono celeberrimi, per la gioia dei registi di cinema e di spot pubblicitari, a partire dalla stessa Ouverture.

La folle giornata vede l’intreccio delle azioni di quattro coppie: il Conte e la Contessa, Figaro e Susanna, Bartolo e Marcellina, Cherubino (mezzosoprano che canta en travesti) e Barbarina.

In apertura, Figaro mette subito in chiaro che intende opporsi alle mire del Conte: “Se vuol ballare, signor contino” è un’espressione di collera tagliente, di un servo che sa di dover agire d’astuzia:

Se vuol ballare,
signor Contino,
il chitarrino
le suonerò.
Se vuol venire
nella mia scuola
la capriola
le insegnerò.
Saprò… ma piano!
Meglio ogni arcano
dissimulando
scoprir potrò!
L’arte schermendo,
l’arte adoprando,
di qua pungendo,
di là scherzando,
tutte le macchine
rovescerò.

Il richiamo all’astuzia e all’arguzia, qui, serve espressamente a escludere la minaccia di violenza, rispetto all’originale.

Ma Mozart non manca di presentare anche il punto di vista del Conte, mentre contempla con disgusto e sdegno un mondo che va a rotoli (Signora mia!). Nel testo, il “vile oggetto” a cui è poi rivolta l’invettiva altri non è che Figaro, appunto un servo.

Vedrò mentre io sospiro
felice un servo mio!
E un ben ch’invan desio,
ei posseder dovrà?
Vedrò per man d’amore
unita a un vile oggetto
chi in me destò un affetto

che per me poi non ha?
Ah no, lasciarti in pace,
non vo’ questo contento,
tu non nascesti, audace,
per dare a me tormento,
e forse ancor per ridere
di mia infelicità.

Già la speranza sola
delle vendette mie
quest’anima consola,
e giubilar mi fa.

L’allestimento di Strehler, in scena attualmente alla Scala, con il suo gioco di prospettive rende anche fisicamente la distanza sociale che il Conte crede esista ancora.

Non si salva nemmeno la Contessa, tradita eppure nobilissima, vero motore dell’azione: prima di un’aria immortale in cui rimpiange “i bei momenti di dolcezza e di piacer”, mentre riepiloga tutte le malefatte del Conte, ammette che la peggiore è averla costretta a chiedere aiuto a una sua serva.

Oh cielo, a quale
umil stato fatale io son ridotta
da un consorte crudel, che dopo avermi
con un misto inaudito
d’infedeltà, di gelosia, di sdegni,
prima amata, indi offesa, e alfin tradita,
fammi or cercar da una mia serva aita!


Magnifica l’interpretazione di Nadine Sierra:

Peraltro la Contessa, va anche detto, non disdegna di farsi corteggiare da Cherubino, un paggio! “Voi che sapete” è una serenata cantata contemporaneamente a Susanna e alla Contessa, ma è quest’ultima che rimane ammaliata.

Voi che sapete
che cosa è amor,
donne, vedete
s’io l’ho nel cor.
Quello ch’io provo
vi ridirò,
è per me nuovo,
capir nol so.
Sento un affetto
pien di desir,
ch’ora è diletto,
ch’ora è martir.
Gelo e poi sento
l’alma avvampar,
e in un momento
torno a gelar.
Ricerco un bene
fuori di me,
non so chi’l tiene,
non so cos’è.
Sospiro e gemo
senza voler,
palpito e tremo
senza saper.
Non trovo pace
notte né dì,
ma pur mi piace
languir così.

La migliore interprete del ruolo di Cherubino, oggi, è senza dubbio Marianne Crebassa:

C’è anche posto per un’invettiva dove meno ce la si aspetta: Don Basilio, apparentemente fedele servo del Conte e dell’ordine costituito, nel quarto atto si lascia andare ad amare considerazioni sotto la forma dell’allegoria: è costretto a passare da asino per scansare i pericoli. Non sono parole troppo diverse da quelle che Manzoni metterà in bocca a Don Abbondio, qualche decennio più tardi.

Nel mondo, amico,
L’accozzarla co’ grandi
Fu pericolo ognora:
Dan novanta per cento, e han vinto ancora
.

In quegl’anni, in cui val poco
la mal pratica ragion,
ebbi anch’io lo stesso foco,
fui quel pazzo ch’or non son.
Che col tempo e coi perigli
donna flemma capitò;
e i capricci, ed i puntigli
della testa mi cavò.

Presso un piccolo abituro
seco lei mi trasse un giorno,
e togliendo giù dal muro
del pacifico soggiorno
una pella di somaro,
prendi disse, oh figlio caro,
poi disparve, e mi lasciò.
Mentre ancor tacito
guardo quel dono,
il ciel s’annuvola
rimbomba il tuono,
mista alla grandine
scroscia la piova,
ecco le membra
coprir mi giova
col manto d’asino
che mi donò.
Finisce il turbine,
nè fo due passi
che fiera orribile
dianzi a me fassi;
già già mi tocca
l’ingorda bocca,
già di difendermi
speme non ho.
Ma il finto ignobile
del mio vestito
tolse alla belva
sì l’appetito,
che disprezzandomi
si rinselvò.
Così conoscere
mi fè la sorte,
ch’onte, pericoli,
vergogna, e morte
col cuoio d’asino
fuggir si può.

In genere quest’aria veniva tagliata, probabilmente per poter far sostenere la parte a un cantante di minore caratura vista l’ampiezza del cast e i relativi costi, ma ultimamente è stata riscoperta (e con buona ragione). Purtroppo, le registrazioni disponibili sono poche.

Il finale, dopo una giornata veramente folle, sarà solo apparentemente edificante: il Conte chiederà perdono alla Contessa (ottenendolo, ma già doverlo chiedere era inaudito), Susanna si salverà dal Conte, Cherubino avrà Barbarina (e poi farà danni altrove, ma è un’altra storia) e perfino Bartolo sposerà Marcellina. Formalmente l’ordine sarà salvaguardato, ma è una chiara vittoria dei servi e l’ancien régime è rovesciato.

Le Nozze di Figaro rappresentano il culmine della produzione musicale del periodo classico, e probabilmente anche della vita di Mozart: maturo, celebrato, più o meno equilibrato. Insieme a Da Ponte (e Beaumarchais), Mozart ha immaginato una via incruenta alla modifica dei rapporti sociali. Purtroppo, è andata diversamente sia per Mozart sia per l’Europa.

E sì, aveva ragione Luigi XVI.

P.S.: anche Cherubino aveva un mezzo interesse per Susanna, ma essendo un paggio e non un aristocratico era tutt’altra cosa. Marianne Crebassa, qui, è clamorosa (purtroppo, i sottotitoli sono in tedesco):

P.P.S.: l’intera opera, per chi volesse:

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