Coriandoli di bellezza [#6] Sicut cantat

I cori sono una delle mie passioni da anni, meglio, da decenni. Credo che il merito sia anche dell’educazione alla polifonia ricevuta fin da bambina.

La mia insegnante di musica nei tre anni delle medie, ‘la Allegretti’ (*), così musicale a partire dal cognome, era anche la direttrice del coro di montagna del mio paese.
Con lei ricordo che ci si divertiva molto perché era una professoressa simpaticissima e amata da tutti gli studenti, con il suo sorriso, le sue battute e la sua tipica, immancabile, lunga treccia grigia. Sotto la sua direzione eseguivamo bellissimi canti di montagna che per la maggior parte ricordo ancora.

Una vecchia fotografia della formazione del coro Is.Ca. con la sua direttrice

E questo è solo l’inizio della mia vita polifonica.


Febbraio 2024: tanto per non smentirmi, mi ‘arruolo’ nell’ennesimo coro. L’ingresso è da subito impegnativo per la preparazione di un concerto imminente.

Per fortuna conosco già tre o quattro pezzi, imparati con un altro gruppo corale. Ed è questo, però, che dopo un paio di prove… mi frega: non posso dimenticare il significativo peso che questi brani hanno assunto per me negli anni di una storia e – a dir la verità – mi capita quasi subito di scadere nel confronto.

Soprattutto quel peso, quella storia, incidono su un brano ben preciso che mi sta particolarmente a cuore: Sicut cervus (**).
Non sentirlo cantare come intendo io ad un certo punto mi smonta un po’: per il canto che preferisco e che più mi appartiene vorrei la perfezione. Ma cosa è poi la perfezione?

Comincio a pensare e rimuginare ogni giorno. Possibile che proprio il ‘mio’ pezzo risulti così arduo e che non si riesca a tenere l’intensità necessaria?

Inizio allora a sentire l’urgenza di dire a tutti quello che significa per me, ma non so bene come fare anche se la necessità preme veramente. Questione quasi di vita o di morte, comunque questione di felicità e di verità.

Alla prova successiva – coincidenza! – il Direttore del coro si sofferma a lungo proprio sull’analisi di questo pezzo.
Io, che vorrei aggiungere qualcosa ma non oso intervenire dopo la già esaustiva spiegazione, alla fine non resisto più e sussurro alla mia vicina: «Sai, questo è il mio brano preferito, non solo nel programma del concerto, ma proprio nella vita. Tempo fa su questo ho scritto un articolo…».
Ecco infine lo spunto. Valentina mi chiede di poterlo leggere: forse può essere di aiuto.

L’articolo, pubblicato su questo blog in occasione della Settimana Santa 2022, effettivamente è a tema perché siamo nello stesso periodo liturgico e il concerto che stiamo preparando si svolgerà proprio durante la Quaresima.

La sera stessa quindi le invio il link, e la mattina dopo trovo un suo bel messaggio in risposta: ha capito benissimo il mio speciale coinvolgimento in questo pezzo!

Da quando l’ho scoperto, infatti, ho sempre pensato che in questo mottetto ci sia a tema qualcosa che riguarda tutti gli uomini di tutti i tempi. Non ci sono barriere religiose che tengano, è un grido assolutamente umano che ci fa ricercare l’acqua, cioè la felicità cioè – in definitiva – il senso di tutto. La sete ci contraddistingue tutti in ogni momento e l’immagine dell’uomo in ricerca, perciò, è pienamente attuale.

Valentina è assolutamente d’accordo. La proposta di condividere l’articolo con tutto il coro, difatti, è sua. Per me è una opportunità per dire quello a cui tengo davvero: cioè che noi cantiamo insieme, ma che soprattutto cerchiamo insieme.
Cantiamo la bellezza che cerchiamo insieme.

Angeli e bambini che suonano e cantano raffigurati nel corridoio della Carità
sulla facciata della Natività della Sagrada Família

Mi commuove, nei giorni successivi, leggere in un sincero messaggio di ringraziamenti che in quelle considerazioni «anche chi non è credente può trovare una risposta significativa alle nostre domande sulla vita»; o – ancora – sentirmi dire che leggere questo articolo «mi ha fatto pensare a cose a cui di solito non penso».

La sera del concerto, nell’introduzione che viene letta prima dei brani, ritrovo un lungo stralcio del mio scritto.
L’esecuzione in concerto va oltre le mie aspettative.
Certo, di solito in quei momenti l’attenzione e la tensione sono portate al massimo. Ma, al di là di perfezionismi tecnici, io so che, se mi immedesimo veramente con quella domanda, allora tendo ad una accuratezza, do più attenzione alla voce e alle dinamiche.
Insomma, cercare di cantarlo con questa intenzione per me è fondamentale perché aiuta proprio una modalità espressiva e, soprattutto, come dice una mia cara amica, «rende le parole vissute».

Per cantare mi è necessaria la mia coscienza, che dentro un coro è anche la coscienza di essere – insieme a tante altre voci – una sola voce.
E in questo modo, mentre cantiamo, quella domanda siamo noi stessi davanti a tutti e la esprimiamo per tutti.


(*) Elena Allegretti Camerini (1929 – 2018). Insegnante di musica alle Scuole Medie e Direttrice del Coro Is.Ca. di Iseo (Bs) per oltre 50 anni
(**) Giovanni Pierluigi da Palestrina, Sicut cervus, 1584. 

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