Coriandoli di bellezza [# 4] La cosa più preziosa

Ogni anno in estate trascorro un paio di giorni Meeting di Rimini.

Nei giorni precedenti all’apertura dell’ultima edizione prenoto una visita guidata alla mostra su San Benedetto e il lavoro. Il tema cattura molto il mio interesse: questi sono i miei ultimi e un poco faticosi anni di lavoro prima della pensione, e tuttavia… si può ridurre tutto all’attesa che qualcosa finalmente finisca?

Nell’area della mostra, la guida accende il microfono e fa posizionare i nostri dispositivi audio sul suo canale. È una robusta signora intorno alla cinquantina, un po’ dimessa. Ci introduce con brevi parole; mi pare però di notare una certa approssimazione che poi si confermerà durante tutta la visita.
A volte, infatti, le scappa qualche strafalcione oppure perde il filo del discorso ed ho il sospetto che alcuni concetti, che pure si impegna a spiegare, non le siano ben chiari.

Lei però appare consapevole di questo e si prende anche simpaticamente in giro con ironia.

Terminata la visita, nonostante un bellissimo video di testimonianze proiettato in chiusura, non mi sento pienamente soddisfatta. Rimango all’interno della mostra, cambio canale alla radiolina e mi accodo al gruppo successivo condotto da un’altra guida.

Questo secondo giro mi risulta più appagante. Ma poi, già che sono lì, mi fermo per un terzo giro con una guida ancora diversa.

Ma perché tutta questa insistenza? Che cosa cerco veramente?

Stavolta a guidare la mostra è una professoressa di matematica che spiega in modo molto articolato, con linguaggio appropriato e piacevole da seguire. Dai nessi che fa si capisce che possiede l’argomento.
«Eh, finalmente!» dico dentro di me mentre esco lentamente assaporando la soddisfazione.

Inaspettata amicizia

Un pensiero però continua a tormentarmi. Si tratta di una osservazione sentita dalla prima guida, proprio quella che ho giudicato poco esperta e più incerta.

«Tutti gli strumenti che i monaci benedettini usavano – sono le sue parole – dovevano essere tenuti da conto, perché erano considerati sacri. Perciò venivano trattati bene, con grande cura perché servivano un’opera grande, uno scopo più grande, l’opera del Signore.»

Insomma. Tutte le altre intelligenti considerazioni ascoltate restano sullo sfondo per far posto solo a questa.

Proprio mentre rifletto su come mi abbia colpito questa frase, ho davanti agli occhi lo strumento di lavoro da me più strapazzato: la tastiera del mio PC.
E l’immagine di come la tratto – lontana dal rispetto e dalla cura dei benedettini – stride con quella frase.

Che cosa singolare che proprio la guida che ho quasi disprezzato riesca a restituirmi l’idea più incisiva e decisiva che mi porto via da questo evento! Quella osservazione deve aver colpito molto anche lei, infatti non l’ho sentita dire dalle altre due.

Questa persona, pur senza avermi conosciuto, e addirittura senza avermi pienamente soddisfatto, solo per queste parole mi è stata amica.

Nuovo inizio

Le vacanze sono al termine: torno a casa il giorno seguente.

Al lavoro tutto sembra ripartire come prima; ma qualcosa sta cambiando.

Ripenso alla coscienza che i monaci insegnavano ad avere e al misterioso contributo che io posso dare con questo piccolo strumento tra le mani.

Mi riapproprio della mia tastiera e del mio lavoro di cui quell’oggetto è un fragile tramite.
Ma per prima cosa la pulisco in modo particolarmente accurato. Poi però mi viene l’idea di sistemare anche tutto il resto: ridispongo la camera spostando alcuni mobili, avvicino il tavolo alla finestra da dove entra una bella luce, apro le tende per vedere il cielo, do una spolverata anche allo schermo del PC e al mouse, impilo bene i libri e le carte…

Ecco, ora posso iniziare ed ho per le mani uno strumento che, solo ponendomelo davanti, mi rammenta ad ogni momento la sacralità del lavoro.

E, un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro, mi rendo conto che questa attenzione si estende anche a come scrivo le e-mail, a come rispondo alle chiamate, comprese quelle che ritengo più fastidiose, a come affronto il lavoro.

Sono veramente stupita di ciò che mi sta capitando. Possibile che solo l’aver iniziato a rispettare quell’oggetto mi porti a trattare meglio tutto?

Non sono diventata migliore né mi sto imponendo certi atteggiamenti: è qualcosa che mi nasce quasi come necessità, naturalmente. Persino tutta la pesantezza degli ultimi mesi sembra di colpo alleggerita.

Evidentemente tutto è connesso: se uno tratta male i suoi strumenti tratta male ogni cosa, anche sé stesso e gli altri. O meglio ancora: se uno tratta male sé stesso poi tratta male tutto.


Le mani scorrono veloci sulla tastiera mentre svolgo il mio lavoro e poi, alla sera, mentre abbozzo, già in quelle prime settimane, l’idea per questo articolo.

Aver fatto questa esperienza verso il termine della mia vita lavorativa è incredibile. Tutti questi anni per accorgersi ancora con sorpresa – come all’inizio ma non come all’inizio – che si serve un’opera più grande. Per dare tutto, fino all’ultimo.

Tutto questo tempo per rivivere quel che insegnavano i monaci rappresentati nella mostra; e per incontrare una guida maldestra e inesperta che però, a suo modo, mi ha consegnato quel poco che aveva.

Ed era la cosa più preziosa.

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