Come ti chiami

Un filo…di attenzione a chi ci sta intorno, oggi per noi significa dare la parola a un’amica che vuole condividere uno scritto prezioso.
Ve lo regaliamo perché è semplicemente bello, ma anche perché possiamo lasciarci toccare dalla cura con cui ha saputo rileggersi e raccontarsi un po’ a noi.

“Piacere, mi chiamo … “. 

Oddio che nome m’han dato.
Anni cinquanta: io, del quarantasei, mi aprivo alla coscienza. 
Circondata da rimbalzanti Gabrielle, Luiselle, Serenelle, o da accattivanti Emy, Evy, Lory: rigorosa “uai” finale, bisillabi e vagamente grati al Piano Marshall con cui ci si rimetteva in piedi. 
Avevo un nome lunghissimo, importante, vecchieggiante. 
Mi sembrava anche un po’ barocco: due consonanti nasali, due liquide, il suono molle di una “g” dolce e la larghezza di tre “a”, solo inefficacemente temperate da una “e” grave in penultima. 
Mi chiamo “Mariangela”. 
Di cognome io faccio Gerli che replica il suono dolce della “g” e vede consecutive le due liquide del nome.
Fino a dieci anni circa mi mancava la “r”, e ciò rendeva anche più penoso il presentarmi: Mariangela Gerli. 
Oddio che nome m’han dato: Ma c’è un santo, uno stracciato di onomastico? 
Anni post-bellici (la leggenda sul mio conto vuole che io sia stata concepita la notte della Liberazione, da due innamoratissimi neo sposi). 
Anni essenziali di ricostruzione, cinghia. Non ho mai avuto un onomastico che mi desse il credito di un regalino. 
Di Marie ce n’è un fracco. Quanto all’Angela ignoravo che esistesse la santa dì questo nome, poiché a me era stato imposto in onore di una santa di famiglia, chiamata in casa Angiolina. 
La zia Angiolina, una zia nubile, che la sua vita aveva speso in casa della sorella, mia nonna, nell’aiutare a crescere i bambini. 
Mia madre era la quarta di questi bambini e particolarmente affezionata all’Angiolina. 
Del suo bel viso resta solo il documento della foto sul ricordino in morte: bellissimi occhi scuri, naso diritto, un collo statuario che si intravede nel colletto floscio di una blusa scura. Era morta giovane, cinquantenne, di cancro, curata in casa da mia madre giovanissima, che ne aveva custodita viva e commossa la memoria: della mitezza della vita e della santità della morte. 
Degli schivi accenni, pieni di pudore, di mia madre a questa morte, io ricordo un accenno che  se l’aspettava uguale per sé. Così fu. 
lo fui Mariangela. Tuttattaccato. 
Non ebbi mai un diminutivo che mi risarcisse con suoni sonori e brevi sillabe del mio nome; che non mi piaceva.
Peraltro, io, bambina, non mi piacevo. 
Alta, alta sempre, di carnagione bianca, efelidi.  Il sole mi insultava di paonazzo. Piedi lunghi, occhi azzurri.  Non mi piacevo. 
Avevo poi un clamoroso segno identificante: ero rossa. Una incredibile massa di capelli rosso tiziano carico infuocato, con larghe onde e riflessi luminosi. 
Questa visibilità mi creava imbarazzo, da bambina. La mia chioma mi sembrava una vistosa freccia puntata su qualcosa che non meritava di essere guardato.
Dispiacere (!): mi chiamo Mariangela. 

Avevo anche un secondo nome, gozzaniano, polveroso, cosi sembrava: come la persona che doveva ricordare: una certa madrina, che viveva sola con servitù in un palazzotto al Lorenteggio. 
La signora, vecchia e grassissima, vedova devota di un favoleggiato gran bel marito, non aveva figli ed era, a quanto si vedeva, molto ricca.  
Il suo nome era Letizia. Mi fu imposto – è il caso dirlo – di secondo. Della signora Letizia conservo un piccolo orologio da collo o da bavero, in oro e smalto, con una cassa bianca e ore romane, pure d’oro.
Mariangela, e in più Letizia.
Un accanimento. Intanto, però, la mia adolescenza sbocciava in forme che vestivano la statura. I miei studi classici facevano brillare di curiosità gli occhi e il sorriso. Andavo scoprendomi come oggetto di possibile amore. “Qui amavit me, fecit me amabilem”. E’ quel discolo di Agostino che lo dice di sé. 
Infatti, a rendere luminosi i giorni, intensa l’esperienza, consistenti i rapporti, largo il mondo, un avvenimento. 
Poiché a Milano, anni sessanta, delle circostanze impreviste, delle facce (Pigi, Vera, Lidia, Marita, Adalberto..) nei corridoi del liceo mi hanno raggiunto con una notizia. 
La notizia che la realtà è buona per noi e che la malinconia di Mimnermo, “l’invidia degli dei” di Edipo, l’angoscia del “carpe diem” di Orazio, il “chi vol esser lieto sia” del Magnifico, il tedium di Leopardi e il “perché attendiamo?” di Pavese: tutto questo, e tutto il resto ha una risposta positiva. 
Mi piaceva stare con quella gente: in mezzo a loro ero accolta, cercata. Con loro in quegli anni, e molto più in quelli a venire, doveva crescere un’amicizia del tutto speciale, inversa nella genesi ad ogni altra amicizia, che parte da un’affinità e diventa elezione: qui l’elezione è data, è prima, a partire dall’Avvenimento che “congregavit nos”: l’affezione segue, in una fraternità nuova.

Con la partenza di Pigi per il Brasile molto presto s’inverava anche il segno dello star bene insieme: nel dolore del distacco era chiaro che ciò che ci aveva chiamato e riempito di significato le nostre vite era la stessa cosa che portava via lui, il primo. L’avvenimento doveva riaccadere altrove, “prendere carne” altrove. 
E fu chiaro che anche alla attesa millenaria dell’uomo, a Mimnermo, e Euripide e giù giù come sopra non era stata data una risposta di parole, ma una Parola di carne, una Presenza nella Storia.
Nella mia vita poi accaddero dei lutti. La felicità dei Natali si velava di malinconia, per quanto nuove nascite – i nostri sei figli – ripetessero il Natale: “Gesù bambino quest’anno ha il baby cresci”.
Fu acquisita la coscienza che non la commozione del Natale ripeteva il Mistero della salvezza, ma che il concepimento di nove mesi prima era il Mistero più grande: l’incarnazione dell’Essere infinito dove “nostra natura e Dio s’unio” (Par, II). 
Essa si celebra con la più grande smemoratezza del mondo e con la trepidazione della liturgia il 25 Marzo. 
Ciò che doveva seguire al termine della gestazione – la Nascita – era, come dire, fisiologico. 
Ma lì, nella data in sordina, accadeva tra due grandi interlocutori – Maria e l’Angelo – un Annuncio e un “sì”: di lì l’irrompere dell’Opera dello Spirito – Maria e l’Angelo -: il mio onomastico. 
Così mi sono riconciliata col mio nome lungo e antiquato, il cui suono non accarezza le orecchie, ma provoca la ragione e genera in fondo, il mio nome secondo, quello gozzaniano. 
Nella certezza che, a partire dall’incarnazione, nulla può essere contro di noi. 
“Piacere, Mariangela, cioè Letizia”. 

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