Come sono pagati i nostri sacerdoti? Il sistema di «sostentamento del clero»

Premessa

Chi paga lo stipendio dei nostri sacerdoti? Come fa la Chiesa a trovare i soldi per i loro stipendi? Sono domande che si incrociano con un tema fondamentale per ogni cristiano, e non solo: come utilizza le proprie risorse economiche la Chiesa e soprattutto dove le trova?

La legge 222 del 1985 (il «nuovo Concordato») ha riformato profondamente il sistema di sostentamento del clero. Senza avere la pretesa di entrare in eccessivi dettagli tecnici, vorremmo fornire gli elementi fondamentali per una rinnovata consapevolezza, a fronte di una diffusa ignoranza e delle conseguenti percezioni scorrette.

Ne parliamo con il dottor Stefano Peruzzotti, direttore dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero della Diocesi di Milano.


Dottor Peruzzotti, partiamo dalla prospettiva storica: di cosa vivevano i sacerdoti prima del «nuovo Concordato» del 1985?

Il tema del sostentamento del clero è stato presente e costitutivo sin dal Medioevo, secoli prima del riconoscimento del profilo istituzionale della parrocchia, avvenuto solo con il Codice di diritto canonico del 1983.

Ad ogni sacerdote venivano affidati dei beni, il cosiddetto beneficio parrocchiale,da cui il sacerdote traeva una rendita come compenso per l’ufficio esercitato. Il beneficio affonda le proprie radici nel Medioevo ed era costituito da un elemento ‘spirituale’, l’ufficio sacro, e da un elemento materiale, la dote annessa.

La dote del beneficio poteva essere costituita:

  • da beni mobili o immobili (campi, vigneti, boschi, pascoli, case, e in seguito titoli di Stato);
  • da prestazioni certe e obbligatorie da parte di famiglie o enti (decime, congrua, ovvero con tributo dello Stato, assegni del comune);
  • da offerte dei fedeli, spettanti al beneficiato;
  • dai “diritti di stola”, nei limiti delle tasse diocesane o della legittima consuetudine, pagati a chi compiva l’ufficio ecclesiastico, non come compenso strettamente personale, ma a titolo appunto beneficiario.

In sostanza, il sostentamento del clero era dato dalla rendita dei singoli benefici. Tale sistema, se da un lato creava uno stretto legame tra sacerdote e territorio, dall’altro creava situazioni alquanto disuguali: diversi benefici potevano garantire redditi molto differenti, c’erano benefici (parrocchie) ‘ricchi’ e benefici ‘poveri’, tanto da rendere ‘poco appetibili’ alcune realtà pastorali proprio in virtù dell’esiguità del beneficio associato.

La riforma dell’1985 aveva quindi l’obiettivo di eliminare le disuguaglianza economiche tra parrocchie? Non più parrocchie ricche e parrocchie povere?

Il nuovo sistema si qualifica in modo totalmente diverso, introducendo innanzitutto una sorta di ‘mutuo sostegno’ territoriale a livello locale, diocesano e nazionale.

Nasce quindi nel 1985 un sistema di sostentamento unico con regole valide sull’intero territorio italiano: non sussistono più diversità nel trattamento economico del sacerdote. Con la Legge n° 222/1985 i benefici sono stati soppressi e i relativi beni diocesani (immobili, campi, pascoli, vigneti, case…) sono stati trasferiti agli Istituti per il Sostentamento del Clero eretti in ogni Diocesi. Ogni Istituto Diocesano versa poi all’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero (ICSC) – che svolge il ruolo di cassa comune per tutti i preti italiani – i redditi ricavati dalla gestione dei beni degli ex benefici parrocchiali. L’ICSC provvede poi a erogare ai sacerdoti quanto necessario per il loro sostentamento secondo parametri comuni. In questo modo la ‘rendita’ garantita per il sostentamento non risente delle diversità di carattere storico, geografico, e così via.

Veniamo alla domanda più ovvia: quanto guadagna un sacerdote?

Il sacerdote sostiene le spese quotidiane (tranne l’abitazione) e deve far quadrare il proprio bilancio. La retribuzione del sacerdote è fissata dalla CEI con un sistema di punti e un lieve incremento connesso all’anzianità.

Il valore del punto, in vigore dal 2020, è oggi pari a 12,61 euro: in precedenza il punto era fissato in 12,36 euro, livello inalterato dal 2011. Per un sacerdote neo-ordinato sono previsti 80 punti = 1.008,80 euro lordi mensili su cui il sacerdote paga regolarmente le tasse. Al sacerdote può essere riconosciuto un leggero aumento della propria remunerazione in termini di ‘oneri di ufficio’ e/o punti aggiuntivi.

E se un prete ‘fa carriera’?

Normalmente in un’azienda la differenza tra il top management e i dipendenti di livello più basso si misura in termini di multipli: nel sistema di sostentamento del clero si ragiona in termini di punti percentuali, nel senso che la distanza tra vertice e base è molto limitata: un parroco in una parrocchia con più di 4.000 abitanti ha un incremento lordo di 126,1 euro mensili (raggiungendo circa 1.135 euro mensili lordi) e un vescovo  gode di un incremento di 494,4 euro (circa 1.500 euro mensili lordi). È previsto un limitato aumento dei punti in funzione dell’anzianità; in ogni caso un vescovo alle soglie della pensione ha diritto ad uno stipendio mensile lordo di circa 1.740 euro.

Ma adesso da dove vengono le risorse per gli stipendi dei sacerdoti?

L’aver accentrato la gestione dei beni rivenienti dai benefici parrocchiali (magari con anche qualche obiezione da parte delle parrocchie originarie), non ha tagliato il legame con il territorio: oltre alla dimensione nazionale, è stata mantenuta anche una dimensione locale, richiedendo alle comunità e ai singoli di concorrere al sostentamento dei propri sacerdoti in spirito di comunione e condivisione.

Come funziona questo contributo ‘dal basso’?

La partecipazione dei fedeli ha una duplice modalità:

  • A livello parrocchiale tramite le cosiddette quote capitarie. Ogni comunità parrocchiale attraverso la raccolta delle offerte concorre (anche, per così dire, inconsapevolmente) al sostentamento del clero: il parroco è infatti autorizzato a prelevare mensilmente dal bilancio parrocchiale – per sé e per i suoi vicari – il prodotto della quota capitaria per il numero degli abitanti. A livello nazionale la quota capitaria è fissata (per il parroco) dal 1° gennaio 2002 in 0,07230 euro (0,073 nella diocesi di Milano) con facoltà di modulazione in funzione di particolari situazioni. Per una parrocchia di 5.000 abitanti ad esempio un importo mensile pari a 365 Euro è destinato dal bilancio della parrocchia allo stipendio di un sacerdote.
  • A livello nazionale le offerte deducibili (non solo detraibili) dei fedeli direttamente a favore dell’ICSC. Ma queste offerte, nonostante l’incentivo fiscale associato, sono sconnesse dalla realtà locale, non hanno ‘toccato il cuore’ dei fedeli, e rappresentano una parte limitata delle risorse per il sostentamento del clero.

Quindi dal basso non arriva poi molto… e ‘dall’alto’?

Ci sono due forme di contributo, le più rilevanti:

  • Il contributo prodotto dal rendimento dei patrimoni degli Istituti Diocesani di Sostentamento del Clero, che confluiscono all’ICSC, per essere distribuiti ai sacerdoti.
  • Il meccanismo dell’otto per mille che strutturalmente è stato introdotto nel nostro ordinamento con il Concordato del 1985 specificamente per consentire il sostegno alle opere di carità e di culto, e il sostentamento del Clero.

Riassumiamo, allora, le componenti dello “stipendio del sacerdote”, come fissato dalla CEI…

Fino a concorrenza dello stipendio minimo previsto per ogni sacerdote si sommano:

  1. Eventuali altri redditi del sacerdote (ad es. derivanti dall’insegnamento) –> se inferiori allo stipendio CEI +
  2. Quota capitaria contributo della parrocchia dal proprio bilancio –> se ancora inferiore allo stipendio CEI +
  3. Contributo dall’ICSC proveniente dal rendimento dei patrimoni degli Istituti Diocesani (ex parrocchiali) e dalle offerte dei fedeli all’ICSC.

Se anche la somma di queste tre componenti non è sufficiente per coprire il fabbisogno dei sacerdoti italiani, interviene il contributo dell’otto per mille con natura residuale.

Quindi se il sistema fosse ‘indipendente’ (ossia se con le prime tre componenti si raggiungesse lo stipendio stabilito dalla CEI), non bisognerebbe far ricorso all’otto per mille?

Esatto, in quel caso l’intero flusso dell’otto per mille (come del resto auspicato e auspicabile) potrebbe finanziare gli interventi caritativi e il culto. Purtroppo siamo molto lontani da questa autosufficienza e l’utilizzo dell’otto per mille è misura strutturale per l’equilibrio del sistema di sostentamento dei sacerdoti.

Cosa dicono gli ultimi dati disponibili?

Il Comunicato stampa della CEI – Servizio per la Promozione del Sostegno economico alla Chiesa Cattolica, recita: «Nel consuntivo relativo al 2019, il fabbisogno complessivo annuo per il sostentamento dei sacerdoti è ammontato a 525,5 milioni di euro lordi, comprensivi delle integrazioni nette mensili ai sacerdoti (12 l’anno), delle imposte Irpef, dei contributi previdenziali e assistenziali e del premio per l’assicurazione sanitaria». E fornisce le seguenti cifre:

                          Totale (milioni di euro)                         525,6      100%      

                            Remunerazioni proprie dei sacerdoti          88,1         16,7%

                            Parrocchie ed enti ecclesiastici                    39,3           7,5%

                            Redditi degli Istituti diocesani                     34,2           6,5%

                            Offerte per il sostentamento                         8,8           1,7%

                            Quota dall’otto per mille                           355,1         67,6%

Quindi quale parte dell’otto per mille viene assorbita dalle necessità del sostentamento del clero?

Una parte rilevante, attualmente il 36%:

Le sembra che ci sia una sufficiente consapevolezza tra i fedeli sulla logica condivisa del sostentamento dei sacerdoti?

Penso che si possano richiamare tre princìpi base che dovrebbero diventare familiari a tutti i fedeli:

  1. La parola stessa «sostentamento» evidenzia come l’attività del prete non sia retribuita. La logica rimane quella enunciata da S. Paolo: «il Signore ha disposto che quelli che annunziano il Vangelo vivano del Vangelo» (1Cor 9, 14).
  2. Proprio per questo, non esiste un ‘datore di lavoro’, ma un concorso di fonti che devono armonizzarsi in base a regole uguali per tutti i presbiteri.
  3. Queste fonti fanno leva sulla responsabilità di ogni singola comunità ecclesiale sia in senso storico (i beni amministrati dagli istituti per il sostentamento del clero sono beni che le comunità, nella loro storia, hanno destinato a tale finalità), sia in senso corrente (attraverso le offerte specifiche deducibili fiscalmente e attraverso le quote capitarie di cui abbiamo parlato). L’otto per mille ha quindi un valore residuale, complementare, sebbene oggi sia di fatto ancora essenziale.

Insomma, chi paga il prete?

La risposta dovrebbe essere «la comunità cristiana», nelle varie forme che la storia ci ha consegnato. Il necessario utilizzo ‘a completamento’ delle risorse provenienti dall’otto per mille per  il Sostentamento del clero  va a discapito  degli impieghi alternativi: Carità ed Esigenze di culto.


Ringraziando il dottor Stefano Peruzzotti per la sua disponibilità e chiarezza, chiudiamo quindi con un auspicio: che la consapevolezza di come funziona il sistema del sostentamento diventi patrimonio comune di tutti i cattolici, evitando una deresponsabilizzazione dei singoli e delle comunità, e favorendo una migliore allocazione delle risorse economiche della chiesa italiana.

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