Allenare lo sguardo [#01]

Choses rares ou choses belles, içi savamment assemblées, instruisent l’œil à regarder, commes jamais encore vues, toutes choses qui sont au monde. Il dépend de celui qui passe que je sois tombe ou trésor, que je parle ou me taise ceci ne tient qu’à toi. Amis, n’entre pas sans désir

Cose rare o cose belle, qui sapientemente raccolte, istruiscono l’occhio a guardare, vive come non mai, tutte le cose che sono al mondo. Dipende da colui che passa che io sia tomba o tesoro, che parli o che taccia non sta che a te. Amico, non entrare senza desiderio.

Chi parla in prima persona, rivolgendosi al visitatore come ad un amico, è un museo… e non un museo qualsiasi, ma il Musée de l’Homme di Parigi, ospitato nel Palais de Chaillot nel complesso del Trocadero, realizzato per l’esposizione universale del 1937.  Ambiziosamente progettato per far sì che il visitatore si ponga tre fondamentali domande (e provi a dar loro risposta): «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?», il museo con le iscrizioni monumentali presenti sulle facciate – opera del poeta Paul Valéry – sembra interpellare direttamente i passanti distratti e i turisti concentrati sulla vicina Torre Eiffel. Un museo che interroga, provoca, ribalta sul visitatore la responsabilità di far parlare ciò che contiene… Questo stimolante capovolgimento di prospettive sintetizza l’intento che anima queste pagine: provare ad approcciarsi al mondo, alla storia, alle manifestazioni della creatività umana spinti da un filo di meraviglia e di curiosità.

Una delle facciate del Palais de Chaillot (Ph. Charles Mallison, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons)

In archeologia esiste un’espressione tecnica molto usata, «fossile guida». Non è che uno di quei modi di dire del lessico da addetti ai lavori, indica una tipologia di reperto che ha un alto potenziale informativo rispetto al contesto a cui appartiene. Eppure contiene una contraddizione in termini particolarmente suggestiva: da un lato il fossile, qualcosa che per definizione è morto, immobile, muto; eppure questo diventa guida: conduce, accompagna, spiega, racconta… un ruolo quanto mai dinamico. La differenza la fa lo sguardo allenato che coglie la vita racchiusa nel fossile: nel dialogo con l’occhio dello spettatore questo può tornare «vivo come non mai».

Dipende solo da noi osservatori far sì che gli oggetti – le pietre, le opere d’arte, i luoghi – siano tesoro di conoscenza e bellezza, e non tombe di artefici defunti e società sepolte. Ciò che fa la differenza è il desiderio: «non entrare senza» ammonisce l’epigrafe. Ma quale desiderio? Il desiderio più intimo dell’anima: quello di ciò che è bello, di ciò che la richiama alla sua dimensione superiore e immortale.

Non c’è niente al mondo che desideri la bellezza e sappia diventare bello più dell’anima

Così scrive Kandinskij ne Lo spirituale nell’arte, parlando del principio della «necessità interiore» che dell’arte stessa è motore.

Nel loro piccolo queste righe, e quelle che verranno, tenteranno dunque di pungolare questo desiderio, di accompagnare chi leggerà nel tentativo di sbirciare nella bellezza del creato.

Già che dalla Francia siamo partiti, restiamo in Francia per trovare, nel dettaglio quasi impercettibile di un capolavoro, un formidabile modello di questo atteggiamento: facciamo un’incursione a Conques, in Occitania, dove intorno alla metà dell’XI secolo l’abate Oldoric diede inizio ai lavori di edificazione della nuova chiesa abbaziale. Meta di numerosi pellegrini che vi si recavano per venerare le reliquie della martire Sainte Foy, Conques era anche tappa nel cammino verso Santiago de Compostela: è probabilmente pensando a questa intensa frequentazione che la chiesa fu arricchita da un eccezionale apparato di sculture, che la rese una delle massime espressioni del romanico francese. Tra queste spicca il timpano, che corona il portale della chiesa con una delle più vive, articolate e complesse raffigurazioni del Giudizio Universale giunte fino a noi: uno straordinario racconto illustrato che narra nel dettaglio gli eventi dell’ultimo giorno.

Uno dei «curiosi» del timpano della Cattedrale di Conques (Ph. Peuplier CC BY 2.0. https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/)

A margine di quest’opera monumentale, quattordici minuscole figure fanno capolino con discrezione: chiamati the observers dalla critica anglosassone – in un’asettica descrizione del gesto che compiono – per i francesi sono i curieux, i curiosi, denominazione che efficacemente ne coglie lo spirito. Allargando con le dita le modanature della cornice del portale quasi fossero lembi di un tendaggio da cui affacciarsi, essi sono «accomunati da sguardi che raccontano un risveglio, pronti al timore o alla meraviglia […] impegnati da più di ottocento anni a catturare lo stupore sempre nuovo dell’Inferno e del Paradiso, raccontato appena più in basso in un affollato e stupefacente Giudizio Universale. Cosa rappresentano queste figure allegoriche? Forse angeli bambini, vogliosi di assistere, costi quel che costi, al grande spettacolo del mondo. Sbucano fuori dalla pietra, con l’ansia di capire. Osservatori. Spettatori di un incanto” (F. Fioravanti).

Risvegliarci pronti al timore e alla meraviglia, a catturare lo stupore; essere mossi dall’ansia di capire e dalla voglia di assistere al grande spettacolo del mondo; essere – semplicemente – spettatori di un incanto: non c’è augurio migliore, ed è questo l’auspicio che anima queste pagine.

Per saperne di più sul timpano di Conques: https://beforechartres.blog/2017/09/10/conques-il-moderno-teatro-della-fine/

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